Dopo aver percorso tutti e quattro i lati del chiostro, entrò nel prato e si fermò al centro del cortile. In quel momento la luna fu di nuovo occultata da una nube, facendo ripiombare tutto nel buio: Jacques poteva a malapena distinguere le decorazioni del pozzo, fiocamente illuminato. Con la stessa rapidità con cui la luce si attenuava in quei pochi metri, il rumore ed il chiacchiericcio proveniente dalla sala da pranzo erano completamente scomparsi; ora era immerso nel silenzio più profondo. Neanche un rumore… che piacevole sensazione! Che meraviglia la campagna silenziosa, che l’aveva dolcemente cullato quand’era bambino. Jacques ricordò con orrore il suo primo scontro con il rumore della città… Montpellier prima e poi la detestabile Parigi. Quando aveva iniziato a frequentare la capitale per motivi di lavoro aveva temuto di non riuscire a reggerla: nei primi tempi avrebbe voluto scappare via a gambe levate, proprio come Blanquet, l’asinello di Jean-des-figues che se n’era tornato di corsa al paese dopo aver portato il padrone a destinazione.
La campagna, a dir la verità, non è sempre silenziosa: Jacques pensò all’esercito di cicale che invade la Provenza d’estate, così come agli sciami di api ronzanti che riempiono i campi di lavanda. Anche nei posti più deserti, come certi remoti angoli che frequentava spesso durante l’anno, non è raro sentir risuonare il belato delle pecore lasciate libere al pascolo. Belati acuti, bassi, baritonali, una specie di concerto di voci. Ma quelli erano suoni, canti, musica, non l’orribile cacofonia urbana delle macchine…
Certo, altre forze della natura non sono così delicate: nei giorni di mistral impetuoso è impossibile un singolo attimo di silenzio; anche di notte. Jacques ricordò quando, da ragazzino, sentiva il vento infrangersi sui muri della fattoria dello zio Bernard. Non ci dormiva: ma non per paura o fastidio, anzi, stava sveglio apposta per poterlo ascoltare. Anche quella era musica, un racconto cantato da trovatori che portavano le storie di paesi lontani. Jacques immaginava il vento mentre scalava le pendici del Rocher de Mévouillon e poi, scavalcata la cresta, si precipitava verso la fattoria. Ancora prima, mentre invadeva la conca di Sainte-Jalle e i suoi rigogliosi frutteti; andando a ritroso, mentre attraversava la valle della Drôme, dopo aver abbandonato la valle del Rodano. Ancora più a nord, si immaginava i mille piccoli refoli non ancora impetuosi che si fondevano in un flusso potente: come quei magri ruscelli apparentemente insignificanti che sulle Alpi iniziano a scorrere quasi invisibili, celati nell’erba, ma in poche decine di miglia uniscono le proprie forze fino a formare fiumi maestosi.
In ogni contea attraversata il mistral raccoglieva le storie degli uomini e degli animali, sorvolando i campi di lavanda, gli uliveti, le foreste; i castelli e le chiese, e chissà quanti ruderi pieni di leggende, che forse più nessuno ricordava. Jacques sentiva quelle storie raccontate nel turbinio di foglie secche che il vento scuoteva sull’aia, giusto oltre il muro a cui era appoggiato il suo letto, a meno di mezzo metro da lui. Dopo aver fantasticato sul percorso lungo il quale il vento aveva viaggiato per arrivare fin lì, Jacques lo accompagnava con la mente, superata la fattoria, mentre si arrampicava sulla catena di montagne che andavano dal Mont Ventoux alla Montagne de Lure, per poi ridiscendere sugli altipiani, e ancora procedere sulle valli e sulle creste; finché, oltrepassato il massiccio dei Maures, raggiungeva il Mediterraneo e tutte quelle antiche storie di uomini, di chiese e di castelli si disperdevano sulle onde del mare. Un tesoro perduto, fatto di bellezze divine ed umane. Ed era proprio a partire da quella sensazione di perdita che il giovane Jacques s’era risolto di far di tutto per raccogliere almeno una parte di quel tesoro prima che andasse disperso: avrebbe studiato la storia, le leggende e l’arte della sua terra; e le avrebbe raccontate ad altri, perché rimanessero nella memoria degli uomini finché Dio, come predicava padre Jean-Marie, avesse deciso di mettere fine alla storia terrena e fatto nuovi cieli e nuova terra, ricapitolando in sé anche tutte quelle cose.

Tratto da: “Jacques Messadié gioca a sciarada”