Perso nel buio

Stefano si ritrovò nel bosco, al tramonto. Stava cercando la strada per uscire dalla selva, ma – inspiegabilmente – doveva essersi allontanato troppo dal sentiero: infatti non c’erano segnali, né marcatori di riferimento del percorso. La luce era rossastra, livida; e proiettava ombre inquietanti. Il sole era ormai appoggiato sul crinale dei monti circostanti: entro pochi minuti sarebbe sprofondato dietro l’orizzonte e tutto sarebbe diventato ancora più difficile, perché l’uomo non aveva niente con sé per far luce. Un po’ lo rincuorava la luna piena, che sarebbe apparsa pochi minuti dopo ad oriente. Effettivamente la luce cinerea del satellite impedì per un poco che tutto piombasse nella totale oscurità; ciò nonostante, Stefano non riuscì a ritrovare la strada: anzi, la selva si era fatta sempre più fitta e scura. Iniziò a sentire i versi sinistri degli animali notturni: gufi, civette, barbagianni – uno si manifestò diafano come un fantasma a pochi metri di distanza, per sparire subito – e gli pareva anche di udire il soffio rabbioso di un tasso.
Pochi minuti dopo notò con orrore che il cielo, visibile dalle sempre più piccole radure che incontrava lungo il suo cammino, si era rannuvolato: la luna spariva dietro grossi cumuli e riappariva dopo intervalli di tempo sempre più lunghi; nel frattempo si avvicinava il rombo dei tuoni e sui monti iniziava a lampeggiare. Per un po’ i lampi compensarono in qualche modo il calo della luce lunare, ma ben presto arrivò il momento in cui la luna fu definitivamente inghiottita e, nel fitto della selva, tutto sprofondò nell’oscurità più totale.
Non era possibile proseguire, se non a tastoni: un’impresa pericolosa, era concreto il rischio di precipitare in un dirupo. Stefano inoltre si rese conto che quella che, poco prima, gli era sembrata una sensazione si stava rivelando una cosa reale: l’ululato dei lupi, prima lontano e poi sempre più vicino. Gli pareva anche di vedere occhi ferini brillare nell’oscurità, mentre lo osservavano; eppure doveva essere per forza una proiezione della sua mente, perché gli occhi degli animali non brillano di luce propria e tutt’intorno era buio pesto. Ma in certi momenti si sentiva braccato come se avesse il fiato delle fiere sul collo.
Il suo piede urtò qualcosa di duro. Si inginocchiò per tastare con le mani e si rese conto che doveva essere un oggetto di pietra o di mattoni: aveva una forma regolare, squadrata, doveva essere un artefatto umano. Aveva forse raggiunto un rifugio, una baracca di boscaioli, qualcosa che avrebbe potuto offrirgli un riparo? Provò ad allontanarsi un poco, per trovare conferma: alla ricerca di un muro, di una porta. Non trovò niente. Non sapeva di quanti metri si fosse allontanato dalla pietra, che ora gli pareva un irrinunciabile punto di riferimento, uno scoglio isolato in mezzo ad un mare tempestoso; aveva fatto l’errore di provare ad imbarcarsi su una zattera senza bussola, rinunciando a quel poco che aveva solo per farsi inghiottire dal nulla. Sperò ardentemente di poterla ritrovare. Dopo attimi interminabili, finalmente la sentì di nuovo sotto i polpastrelli. In un primo momento ne fu rassicurato, ma poi comprese quanto fosse effimera quella sensazione: quell’oggetto non poteva dargli riparo né dalla pioggia, sempre più minacciata dai tuoni, né dall’assalto di qualche belva feroce. Ma era almeno un punto di riferimento in mezzo al nulla.